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lunedì, 30 aprile 2007

The dark side of Google

Partendo con una discreta dose di pregiudizi, ho letto questo testo scaricabile liberamente dal sito di Ippolita. I pregiudizi iniziali erano derivati dalla lettura dell'introduzione del libro, nella quale viene riproposta la solita teoria del controllo culturale tramite il filtraggio dell'informazione. Tanto caro a una fetta non trascurabile del mondo umanistico, spesso generato da ignoranza o paura di inadeguatezza, questo timore nei confronti dell'evoluzione dei metodi di accesso alle informazioni ricorda nello spirito la fobia da automobile dell'inizio del ventesimo secolo, e tante simili paure antiche e moderne.

Dopo aver letto il libro, posso dire senz'altro che l'autore non agisce come paventavo in preda al terrore antimodernista. Ha senz'altro una preparazione tecnica e culturale specifica su questi argomenti, e una conoscenza di prima mano dei fenomeni e dei mezzi tecnologici, e quindi forse è persino peggio. Un buon 80% del libro è dedicato a dimostrare le seguenti due asserzioni:
  1. La mappa non è il territorio, ossia i risultati delle ricerche di Google non rispecchiano esattamente la realtà di Internet, quindi Google altera in qualche modo la realtà;
  2. Google è un'azienda a scopo di lucro, non è perfetta e non è un ente di beneficienza.
L'autore, per dimostrare queste due realtà sconvolgenti (che nelle note conclusive, apparentemente senza intenti ironici, chiama "rivelazioni") illustra diversi dettagli storici e tecnologici che riguardano Google. Queste sono senz'altro le parti più interessanti del libro. Il resto è costituito da interrogativi perlopiù retorici, come ad esempio:
  • E' giusto che Google utilizzi per l'indicizzazione i dati sul web, che sono di tutti noi? E' giusto che ci faccia i miliardi?
  • E' giusto che Google abbia interfacce localizzate in tutto il mondo, ma sempre ben riconoscibili, che producono una sorta di "brand awareness" e "uniformazione culturale" alla McDonald's?
  • E' giusto che Google metta così tanta enfasi sul perseguimento dell'eccellenza nei suoi obiettivi aziendali? Non potrebbe essere un po' più svaccata?
  • E' giusto che Google fornisca ai propri dipendenti un ambiente lavorativo di gran lunga migliore della media USA, in modo che si identifichino con l'azienda e sviluppino un attaccamento ad essa?
Ovviamente la risposta che l'autore dà a queste domande retoriche è NO. Vengono fornite anche parecchie motivazioni, ma ritenendole futili non mi dilungo a riassumerle; se volete approfondire il libro è lì che vi aspetta. In sostanza comunque tutto converge sul monocorde controllo culturale eccetera eccetera, che è malvagio in qualsiasi gradazione e forma si presenti, e che annulla qualsiasi altra considerazione positiva.
La soluzione proposta dall'autore per combattere questo insopportabile incasellamento, questo controllo potenziale (non importa se poi effettivamente c'è o meno), è quella di sfuggire, di creare spazi autogestiti, di non soccombere alla passiva comodità dei motori di ricerca che ci danno risultati premasticati, eccetera. Queste e altre soluzioni sono descritte a partire dal capitolo 6, ma è soprattutto il 7 (il cui titolo - "Tecnocrazia" - è già da solo un programma) che riserva le vere perle, è qui che si torna lentamente a scivolare nelle fobie automobilistiche del 1915. Con un'importante differenza: in questo caso l'ignoranza nei confronti della tecnologia è riconosciuta, anzi quasi rivendicata: siccome i meccanismi della tecnologia ci sono oscuri, allora dobbiamo guardarla con sospetto ed esigere che essa faccia un passo indietro. A un certo punto viene citato anche Orwell, ovviamente.
L'auspicio conclusivo è duplice: da una parte dobbiamo diffondere una cultura scientifica di massa, e dall'altra dobbiamo batterci affinché i detentori delle tecnologie rendano pubblici i loro segreti e meccanismi, in modo da permettere a tutti (almeno potenzialmente) una più completa comprensione dei fenomeni e una scelta consapevole su come utilizzare i vari strumenti. Il libro termina con delirii sulla "ricomposizione dell'identità di classe", ma preferisco concordare su quest'ultimo auspicio della diffusione capillare di una cultura tecnologica e scientifica, che è più che condivisibile.
 
postato da: antonio12358 alle ore 01:13 | link | commenti
categorie: libri
giovedì, 12 aprile 2007

Kurt Vonnegut, RIP

È morto Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori della cultura pop americana. Famoso per romanzi come La Colazione dei Campioni e Mattatoio n.5 e praticamente impossibile da incasellare in un genere (la sua grandezza consiste anche in questo): fantascienza, satira sociale, feroce ironia erano i suoi temi più ricorrenti. Famoso anche per appartenere all'umanesimo, dottrina filosofica che annovera fra i suoi membri Isaac Asimov, George Orwell, Bertrand Russell, Carl Sagan, Albert Einstein e tanti altri.

Consiglio di leggere tutti i suoi romanzi, ma in particolare i due già citati, Ghiaccio-Nove, Le Sirene di Titano e Galapagos.
postato da: antonio12358 alle ore 09:23 | link | commenti (1)
categorie: libri
domenica, 28 gennaio 2007

Che scrittore di fantascienza siete?

Risulta che sono William Gibson... che ironicamente è lo scrittore cyberpunk che mi piace meno.

Divertitevi a fare anche tutti gli altri test!
 
I am:
William Gibson
The chief instigator of the "cyberpunk" wave of the 1980s, his razzle-dazzle futuristic intrigues were, for a while, the most imitated work in science fiction.


Which science fiction writer are you?

postato da: antonio12358 alle ore 16:45 | link | commenti
categorie: libri
sabato, 02 dicembre 2006

Il broglio: la soluzione

La questione delle schede bianche si è giustamente sgonfiata con la stessa rapidità con cui era montata;  come tanti altri, avevo dato per scontato che Deaglio - giornalista professionista - nel momento in cui  fa un'inchiesta sulle elezioni sia a conoscenza dei meccanismi elettorali, e non mi sono preso la briga di controllare. Mea culpa. Il fatto che quando si ha a che fare con dei giornalisti non si debba dar nulla per scontato lo avevo già appurato da tempo per quanto riguarda quelli che si occupano di scienza e tecnologia; siccome di solito i giornalisti provengono da una formazione di tipo umanistico, tipicamente ne sanno di scienza e tecnologia quanto il mio culo ne sa di pittura cubista. Ora invece inizio ad avere prove robuste che qualunque sia l'argomento, non si possa più assumere che il giornalista conosca almeno le basi di ciò di cui sta parlando. Farò tesoro di questo pregiudizio; grazie Deaglio.

In ogni caso, per chiudere la vicenda non può far male un riassunto scritto da chi, essendo stato presidente di seggio per lungo tempo, invece di queste cose ne mastica abbastanza. A tale proposito viene in aiuto Il broglio: la soluzione, ennesimo instant book scritto per debunkare il precedente Il broglio e, a posteriori, anche la "docu-fiction" di Deaglio. Se vi sembra lecito spendere sette euro per scaricare un semplice PDF, può valerne la pena; trovo che l'e-book sia scritto in modo un po' amatoriale, e in certi punti l'atteggiamento dell'autore (io sì che la so lunga, sono l'unico che ragiona ancora, ecc ecc) risulti abbastanza fastidioso, ma nonostante questo il libro contiene parecchia sostanza, che è poi quello che ci si aspetta da un libro del genere. Il broglio: la soluzione fornisce una spiegazione puntuale per ognuna delle "stranezze" avanzate dai vari Deagli; la causa scatenante di tutti i sospetti, ovvero il crollo delle schede bianche e il calo dei voti del centrosinistra, secondo l'autore è spiegato dal fatto che sulle schede elettorali non fossero scritti i nomi dei candidati e sul simbolo dell'Unione non fosse scritto il nome di Prodi. Detta così sembra una boutade, ma il libro fornisce anche dati di riscontro e devo dire che essi sono piuttosto sensati.

Nel finale il libro si perde un po' in disquisizioni di varia natura su quanto tutti siano influenzabili e creduloni, e conclude affermando che in effetti il broglio c'è stato, ma tramite un altro meccanismo: meccanismo che non vi anticipo per non rovinarvi il disappunto per una conclusione così ovvia, sebbene essa sia spacciata come l'uovo di Colombo. Nel caso molto remoto che Anonima Sibilla (lo pseudonimo scelto dall'autore) stia leggendo queste righe, lo vorrei tranquillizzare: lo sapevamo già.
postato da: antonio12358 alle ore 19:17 | link | commenti
categorie: libri, politica italiana, debunk