Merita menzione
la notizia che gira da un paio di giorni riguardo a uno studio che dimostrerebbe un aumento di incidenza dei tumori su ratti a cui sono stati impiantati dispositivi RFID; ne parla già anche la
voce di Wikipedia. Merita menzione soprattutto perché è il classico studio privo di particolare rilevanza statistica e scientifica, che nonostante ciò (o proprio per merito di ciò) diventa il cavallo di battaglia dei tecnofobi spaventati da qualsiasi cosa più complicata di un apriscatole. È già capitato con i
cellulari, le
linee ad alta tensione e giù giù fino alle cose più innocue, e ora tocca agli RFID. Poco importa per i tecnofobi che lo studio non sia stato effettuato in doppio cieco (nessun gruppo di controllo) o che milioni di mammiferi decisamente più simili all'uomo siano già dotati di tag di riconoscimento da anni senza alcun particolare problema. Senza poi parlare del fatto che qui le "cattive" onde elettromagnetiche non c'entrano proprio nulla: i dispositivi RFID sono
passivi, non possiedono alimentazione propria, non emettono alcun segnale se non nei rari casi in cui vengono stimolati dall'apposito lettore di tag. Al limite potrebbe essere più plausibile ipotizzare che l'involucro che conteneva il tag in quel particolare esperimento non fosse completamente atossico e idoneo per l'impianto.
Tutto questo discorso ovviamente prescinde da un problema reale rappresentato dai dispositivi RFID, che riguarda questioni di privacy e di controllo più che questioni sanitarie.