Spesso chi critica le operazioni militari e più in generale la piega militarista che stanno prendendo molti stati cosiddetti civilizzati, si sente in dovere (per una sorta di
quid pro quo molto pavido e che denota scarsa fiducia nelle proprie convinzioni) di dire qualcosa di buono riguardo a chi effettivamente va a combattere, rischiando la buccia in prima persona. Insomma, se anche questa o quell'operazione di guerra è sbagliata, portiamo massimo rispetto per i soldati che vanno a combattere guerre inutili e sbagliate e muoiono per tutti noi, un po' come Gesù. Questo capita specialmente negli USA, dove hanno costantemente bisogno di gente disperata che si arruoli e quindi devono diffondere il luogo comune del nobile soldato, ma capita sempre di più anche in Italia.
Bene, io non sono d'accordo con questa consuetudine. Non c'è niente di nobile ad andare ad ammazzare gente inerme a ventimila chilometri da casa propria, non c'è niente di nobile a morire in guerre di aggressione, e questo vale anche per i soldati. Chi prende parte a una guerra (non importa se per ignoranza, necessità o convinzione) la giustifica ed è a sua volta
complice, e quindi delle due la sua elevazione morale è inferiore alla media, non superiore. Ne abbiamo avuto prova con i
pregevoli poster del fascio e della decima MAS trovati negli edifici attaccati a Nassiriya, e oggi ne abbiamo ulteriore conferma con questo studio che mostra come
un soldato americano su due consideri legittima la tortura.
Sempre rimanendo nell'ambito anglosassone, salta alla mente il detto
garbage in/garbage out: è difficile che formando soldati (e cittadini) con valori spregevoli e più adatti a un romanzo di Heinlein, tu ottenga soldati (e cittadini) che non lo siano altrettanto.