Partendo con una discreta dose di pregiudizi, ho letto questo testo
scaricabile liberamente dal sito di Ippolita. I pregiudizi iniziali erano derivati dalla lettura dell'introduzione del libro, nella quale viene riproposta la solita teoria del controllo culturale tramite il filtraggio dell'informazione. Tanto caro a una fetta non trascurabile del mondo umanistico, spesso generato da ignoranza o paura di inadeguatezza, questo timore nei confronti dell'evoluzione dei metodi di accesso alle informazioni ricorda nello spirito la
fobia da automobile dell'inizio del ventesimo secolo, e tante simili paure antiche e moderne.
Dopo aver letto il libro, posso dire senz'altro che l'autore non agisce come paventavo in preda al terrore antimodernista. Ha senz'altro una preparazione tecnica e culturale specifica su questi argomenti, e una conoscenza di prima mano dei fenomeni e dei mezzi tecnologici, e quindi forse è persino peggio. Un buon 80% del libro è dedicato a dimostrare le seguenti due asserzioni:
- La mappa non è il territorio, ossia i risultati delle ricerche di Google non rispecchiano esattamente la realtà di Internet, quindi Google altera in qualche modo la realtà;
- Google è un'azienda a scopo di lucro, non è perfetta e non è un ente di beneficienza.
L'autore, per dimostrare queste due realtà sconvolgenti (che nelle note conclusive, apparentemente senza intenti ironici, chiama "rivelazioni") illustra diversi dettagli storici e tecnologici che riguardano Google. Queste sono senz'altro le parti più interessanti del libro. Il resto è costituito da interrogativi perlopiù retorici, come ad esempio:
- E' giusto che Google utilizzi per l'indicizzazione i dati sul web, che sono di tutti noi? E' giusto che ci faccia i miliardi?
- E' giusto che Google abbia interfacce localizzate in tutto il mondo, ma sempre ben riconoscibili, che producono una sorta di "brand awareness" e "uniformazione culturale" alla McDonald's?
- E' giusto che Google metta così tanta enfasi sul perseguimento dell'eccellenza nei suoi obiettivi aziendali? Non potrebbe essere un po' più svaccata?
- E' giusto che Google fornisca ai propri dipendenti un ambiente lavorativo di gran lunga migliore della media USA, in modo che si identifichino con l'azienda e sviluppino un attaccamento ad essa?
Ovviamente la risposta che l'autore dà a queste domande retoriche è NO. Vengono fornite anche parecchie motivazioni, ma ritenendole futili non mi dilungo a riassumerle; se volete approfondire il libro è lì che vi aspetta. In sostanza comunque tutto converge sul monocorde controllo culturale eccetera eccetera, che è malvagio in qualsiasi gradazione e forma si presenti, e che annulla qualsiasi altra considerazione positiva.
La soluzione proposta dall'autore per combattere questo insopportabile incasellamento, questo controllo potenziale (non importa se poi effettivamente c'è o meno), è quella di sfuggire, di creare spazi autogestiti, di non soccombere alla passiva comodità dei motori di ricerca che ci danno risultati premasticati, eccetera. Queste e altre soluzioni sono descritte a partire dal capitolo 6, ma è soprattutto il 7 (il cui titolo - "Tecnocrazia" - è già da solo un programma) che riserva le vere perle, è qui che si torna lentamente a scivolare nelle fobie automobilistiche del 1915. Con un'importante differenza: in questo caso l'ignoranza nei confronti della tecnologia è riconosciuta, anzi quasi rivendicata: siccome i meccanismi della tecnologia ci sono oscuri, allora dobbiamo guardarla con sospetto ed esigere che essa faccia un passo indietro. A un certo punto viene citato anche Orwell, ovviamente.
L'auspicio conclusivo è duplice: da una parte dobbiamo diffondere una cultura scientifica di massa, e dall'altra dobbiamo batterci affinché i detentori delle tecnologie rendano pubblici i loro segreti e meccanismi, in modo da permettere a tutti (almeno potenzialmente) una più completa comprensione dei fenomeni e una scelta consapevole su come utilizzare i vari strumenti. Il libro termina con delirii sulla "ricomposizione dell'identità di classe", ma preferisco concordare su quest'ultimo auspicio della diffusione capillare di una cultura tecnologica e scientifica, che è più che condivisibile.